2 dicembre 2014

Non è un paese per vini rossi.

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E insomma questa breve ma intensa gita fuori porta di cui si parlava qui (che poi in realtà noi fuori porta già ci siamo, quindi giochiamo in casa... ma in un'altra porta) ci ha regalato una gran bella sorpresa (anzi, direi che ce la siamo guadagnata visto che ci siamo girati quattro-cinque comuni e due provincie prima di arrivare, scoprendo che il nome della via in cui è ubicata la cantina di cui sotto è il più usato in tutto il basso Lazio, quindi ce ne sono una manciata nel raggio di qualche km quadrato. Ovviamente l'indirizzo giusto era l'ultimo...).
Quindi eccoci arrivati, con qualche ora di ritardo sull'appuntamento, alla Luna del Casale (marchio registrato).


Nicoleta ci accoglie, iniziando raccontare la storia della loro azienda, 12 ettari di viti e ulivi) che rinascono dalle ceneri di un vecchio vigneto abbandonato.
Dopo il reimpianto di varietà internazionali e locali (tra cui Merlot e Chardonnay ma anche Malvasia, Bellone ed altre) riescono ad ottenere la certificazione  biologica (anche per il vino, non solo per le uve) e soprattutto a creare, in regime biologico, una serie di etichette che sorprende (almeno per quando mi riguarda) dal punto di vista qualitativo sicuramente, ma sopratutto sull'aspetto del numero: si arriva a circa una decina di bottiglie diverse, tra bianchi, rossi, spumanti e un rosato.


Ora, diciamo che può capitare che un produttore abbia tra le varie proposte il suo tallone d'Achille, come anche è sempre presente il cavallo di battaglia. Spesso i talloni di Achille possono essere anche più di uno, rischio che ovviamente aumenta proporzionalmente alla varietà di offerta creata sia in cantina che in campo. Anche i grandi vinaroli possono dare alla luce bottiglie che, si insomma, non è male ma preferisco l'altro... Questo invece non è successo nell'accogliente rustico in cui siamo stati ospitati per la degustazione dei prodotti di Nicoleta e suo marito (fanno anche olio e paté vari di olive che vabbè, meriterebbero un discorso a parte...). Qui sembrano esserci solo cavalli di battaglia.
Non riuscirei (quindi non lo farò) a parlare delle singole bottiglie in maniera dettagliata ed esaustiva, come un bravo sommelier, ma il denominatore comune è facilmente individuabile: bisogna provare. Tutto. (Sempre).
Ed è quello che abbiamo fatto.
- Cosa volete assaggiare? Qualcosa in particolare?
- Ma guarda, io direi, facciamo un poco di tutto dai, ora che siamo qui...
Mai decisione fu più felice.
Si parte da due spumanti, metodo Charmat entrambi. Amore a prima vista. Chardonnay in purezza per il bianco (metà del quale fermenta in tonneaux da 500 litri e metà in acciaio), Sangiovese e Montepulciano per il rosato (a denominazione Lazio IGT). Struttura corpo e profumi quasi da metodo classico, la prima frase pronunciata dalla illustre food blogger Federica è stata "questo lo compriamo!".  Può bastare così.
Tra un paté e l'altro si passa ai bianchi, che tra nomi fantasiosi e suggestivi che rimangono in tema con il marchio registrato, confermano e ribadiscono quanto accennato dalle bollicine in apertura. Dai vitigni autoctoni all'etichetta di punta, che prende il nome (Sara) da una dei figli di Nicoleta, si attraversano momenti, luoghi e immagini che regalano sorrisi ad ogni sorso. Lo Chardonnay in purezza del nome, secondo questo inesperto sommelier non è ancora pronto del tutto. Il legno si sente, tanto, ma piace (tonneaux da 500 litri). E soprattutto lascia immaginare, presagire, facilmente intuire se volete, o anche scommettere, che con un po' di tempo a riposo in boccia possa regalare ai più pazienti qualche momento di genuina felicità.
Noi ne abbiamo una sola, di boccia, e dubito che riesca ad arrivare lontano...

Tra una ricottina, che quasi ruba la scena alla parte alcolica della giornata e una tartina di porchetta, Nicoleta ci racconta qualche aneddoto della loro storia di vinaroli emergenti. Dice che gli consigliò di dedicarsi ai bianchi, che il Lazio non è una terra da vini rossi. Ci rido su, mentre ci versa due dita di un Cabernet Sauvignon in purezza (Meridies) che dovrà faticare per rimpiazzare le altre due dita di Merlot 100% (Plenilunio) che ancora fanno festa tra le papille gustative dei due gitanti. Invece non fatica. E non rimpiazza, ma arricchisce. Di ricordi. Due vini (rossi, già, che nel Lazio non vengono bene...) semplici e forti, immediati ma quasi complessi. Dei giovani pieni di esperienza.
Continuando a spizzicare tra le specialità della casa sistemate sul tavolo per due, si arriva ad assaggiare quanto di meglio questa giovane cantina abbia da offrire in materia di rossi. Alessandro, uvaggio insolito (Merlot, Montepulciano e Cabernet Sauvignon, quasi un taglio bordolese de noantri), un anno di barrique, per un risultato che continua a far sorridere ripensando al Lazio, che non ha un territorio (e magari neanche un clima) adatto ai vini rossi...
L'ultima etichetta non è neanche menzionata nella carta dei vini, neanche sul sito. Si chiama Sebastian, Nicoleta lo presenta quasi come una scommessa. Prima dell'affinamento, lo costringono a passare sei mesi (6) a contatto con le proprie bucce e vinaccioli. Un calice di inchiostro indelebile che non se ne va, né dal palato né dalla memoria.



Noi ne abbiamo una sola copia, e molto probabilmente non rimarrà intatta il tempo che meriterebbe per essere vista e vissuta nella sua pienezza.

A questo punto non resta che andare via, ma solo dopo gli acquisti d'obbligo. Cinque bottiglie che valgono più di quanto costano, Il minimo indispensabile per portarci a casa un piccolo ricordo della piacevole giornata...
Torneremo.






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